l'Expo e la vita

Da Il Manifesto
Edizione del 14 maggio 2015
Terra Viva, il manifesto che rompe il recinto
—  Guido Viale, 11.5.2015
Expo. Agricoltura, economia, società. In dieci punti il decalogo, presentato alla cascina Triulza, che raccoglie identità e prospettive dell’alternativa al modello globale di Expo

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Cro­naca e com­menti sull’inaugurazione di Expo e gli scon­tri del 1° mag­gio hanno offu­scato non solo la par­te­ci­pa­zione di massa al May­day, ma anche il lato grot­te­sco di una mani­fe­sta­zione svol­tasi il 2 mag­gio, alla pre­senza di Mau­ri­zio Mar­tina, mini­stro dell’Expo e, in subor­dine, dell’agricoltura, alla cascina Triulza (il green washing dell’Expo) con la pre­sen­ta­zione di “Terra Viva”: un mani­fe­sto messo a punto dall’associazione Nav­da­nya di Van­dana Shiva, cui hanno col­la­bo­rato, tra gli altri, anche Andrea Bara­nes e Piero Bevilacqua.

Per­ché grot­te­sco? Quel mani­fe­sto è la nega­zione pla­teale di tutto quanto l’Expo rap­pre­senta: far nutrire il pia­neta dalle mul­ti­na­zio­nali dell’agrobusiness, degli Ogm, della chi­mica, del petro­lio, dell’industria ali­men­tare e della grande distri­bu­zione; ma anche spreco di suolo, pro­fu­sione di asfalto e cemento, stra­vol­gi­mento dell’assetto urbano, degrado del lavoro, eco­no­mia del debito, cor­ru­zione e, soprat­tutto, una con­ce­zione dello svi­luppo che ha da tempo por­tato il suo focus sull’economia dello spet­ta­colo e della pro­messa: in que­sto caso con una infi­lata senza fine di risto­ranti etnici, accom­pa­gnata da edi­fici costosi e cadu­chi e da una coreo­gra­fia in gran parte virtuale.

Espe­diente a cui è stato affi­dato il com­pito di far uscire l’Italia dalla crisi, di rilan­ciare la cre­scita, di resti­tuire spi­rito di cit­ta­di­nanza e di appar­te­nenza a una comu­nità fon­data su sfrut­ta­mento e spe­cu­la­zione. “Terra Viva” si svi­luppa lungo tutt’altri temi.

Invece di un’economia lineare, fon­data sull’estrazione di sem­pre nuove risorse da tra­sfor­mare in rifiuti, un’economia cir­co­lare, fon­data sulla Legge del Ritorno: la resti­tu­zione a società e ambiente (che sono un tutt’uno) di ciò che vi è stato pre­le­vato: «La civiltà indu­striale ci ha distolti dal con­si­de­rare un valore la nostra rela­zione con il suolo, in virtù della con­vin­zione arro­gante che più siamo in grado di sot­to­met­tere la natura, mag­giore è il nostro sviluppo».
Invece di un’agrobusiness esten­sivo e mono­col­tu­rale fon­dato su petro­lio e chi­mica, un’agricoltura basata su aziende pic­cole, bio­lo­gi­che, di pros­si­mità, mul­ti­col­tu­rali e mul­ti­fun­zio­nali: «Il secolo scorso è stato domi­nato da un modello uscito dall’industria bel­lica e incen­trato sull’uso di sostanze chi­mi­che e sui com­bu­sti­bili fos­sili. Tale modello ha distrutto il suolo, sra­di­cato gli agri­col­tori, gene­rato malat­tie, creato rifiuti e spre­chi a tutti i livelli, com­preso quello del 30% del cibo».
Invece del potere delle mul­ti­na­zio­nali, una demo­cra­zia par­te­ci­pata, e inclu­siva: «La par­te­ci­pa­zione delle per­sone alle deci­sioni esige un decen­tra­mento del potere e del pro­cesso che lo pro­duce, insieme al raf­for­za­mento dei diritti comunitari».
Invece di mer­ci­fi­ca­zione di tutto l’esistente, coo­pe­ra­zione e con­di­vi­sione: «assi­cu­rare che tutti gli esseri umani siano in grado di par­te­ci­pare a que­sta eco­no­mia vivente come crea­tori, pro­dut­tori e beneficiari».
Invece dei grandi impianti cen­tra­liz­zati, il decen­tra­mento pro­dut­tivo e la riter­ri­to­ria­liz­za­zione dei mer­cati: «Una Nuova Eco­no­mia basata sul suolo è neces­sa­ria­mente locale. Essa pro­muove la pro­du­zione locale e riduce i trasporti».
Invece delle mega­lo­poli, città soste­ni­bili: «L’inclusione della città nell’economia cir­co­lare dipen­derà dalla sua capa­cità di auto­pro­du­zione delle risorse, quelle cul­tu­rali — dalle com­pe­tenze pra­ti­che a quelle lin­gui­sti­che, dalle risorse mor­fo­lo­gi­che alla tutela e alla pro­du­zione dei saperi e così via — e quelle ener­ge­ti­che, agri­cole, demo­gra­fi­che etc.».
Invece della cor­ru­zione sem­pre più com­pe­ne­trata all’economia “legale”, una lega­lità legit­ti­mata da con­senso e coinvolgimento.
Invece della pri­va­tiz­za­zione, i beni comuni: «I con­tra­sti mag­giori del nostro tempo — sul piano intel­let­tuale, mate­riale, eco­lo­gico, eco­no­mico, poli­tico — riguar­dano la mer­ci­fi­ca­zione e la pri­va­tiz­za­zione di risorse di tutti, l’appropriazione pri­vata dei beni comuni. Una risorsa è un bene comune quando esi­stono sistemi sociali che la uti­liz­zano in base a prin­cipi di giu­sti­zia e sostenibilità».
Invece dell’incombente cata­strofe cli­ma­tica, il rias­sor­bi­mento dei gas di serra: «I suoli rap­pre­sen­tano il più grande bacino per l’assorbimento del car­bo­nio e con­tri­bui­scono a miti­gare il cam­bia­mento climatico».
Invece di una con­ce­zione del suolo come mero sup­porto di ogni spe­cu­la­zione, una con­ce­zione dell’unità tra uma­nità e ambiente, tra cul­tura e natura, sin­te­tiz­zata dalla sim­bo­lo­gia della Madre Terra: «Que­sta nuova demo­cra­zia va al di là dell’antropocentrismo. È una demo­cra­zia della vita intera. La nostra esi­stenza dipende dalla rete della vita, e i nostri diritti e le nostre libertà sca­tu­ri­scono dai diritti e dalle libertà della Terra e delle spe­cie non umane».
Che cosa hanno in comune, allora, due approcci all’agricoltura, all’economia, alla società e alla vita così dia­me­tral­mente opposti?

L’essere pro­mossi come le due facce dello stesso busi­ness: uno in pompa magna, con grande dispen­dio di mezzi; l’altro come legit­ti­ma­zione sociale del primo, lascian­dolo il più pos­si­bile nell’ombra.

E che cosa resterà dell’uno e dell’altro, una volta chiusi i can­celli dell’Expo?

Da un lato un deserto di cemento pieno di edi­fici insen­sati da demo­lire; il biso­gno di fare altri debiti per tro­var­gli una nuova desti­na­zione; il degrado irre­ver­si­bile del lavoro con­so­li­dato nel Jobs act; tante auto­strade vuote costruite su mon­ta­gne di rifiuti tos­sici e una città tra­sfor­mata ancora di più in un in circo.

Dall’altro, con­ve­gni e incon­tri usati per dare un fugace senso di pro­ta­go­ni­smo pro­prio alle per­sone e alle idee con­tro cui viene gio­cata la grande par­tita dell’Expo. Quella mani­fe­sta­zione con il mini­stro Mar­tina ci inse­gna che le parole, da sole, non con­tano niente: cia­scuno può usarle tutte e il loro con­tra­rio per por­tare avanti il pro­prio busi­ness. Renzi è mae­stro in que­sto campo.

Ma “Terra Viva” è il nostro mani­fe­sto, quello in cui pos­sono rico­no­scersi tutti coloro che nel XXI secolo si bat­tono in modo radi­cale per «abo­lire lo stato di cose pre­sente». Non è il pro­gramma di una società rurale che reclama un suo posto nell’economia glo­ba­liz­zata, ma il pro­getto di una radi­cale con­ver­sione eco­lo­gica di un intero assetto pro­dut­tivo e sociale e, prima ancora, una cul­tura radi­cal­mente altra. Ora deve tro­vare forza e gambe per uscire da quel (costoso) recinto dell’Expo dei popoli, per ripren­dersi strade, piazze, campi, fab­bri­che e uffici. Ma può con­tare solo su pra­ti­che, sia quo­ti­diane che straor­di­na­rie, capaci di costi­tuire una alter­na­tiva reale sia al discorso main­stream vei­co­lato dall’Expo, sia alla sua tra­du­zione in cemento, asfalto, debito, tan­genti, sfrut­ta­mento e nell’ “eco­no­mia della pro­messa”.

Que­sto signi­fica con­ti­nuare a svi­lup­pare quelle alter­na­tive sia attuali che di pro­spet­tiva su cui hanno lavo­rato per anni i comi­tati e la rete No-expo e su cui si sono incon­trate e rico­no­sciute le tante realtà diverse che hanno preso parte al cor­teo del 1°maggio. Occorre pren­dere atto, e far pren­dere atto, del fatto che con­tro quella mise­ria infi­nita di cui l’Expo è il sim­bolo più vistoso ed esau­stivo si può aggre­gare una plu­ra­lità di ini­zia­tive e di forze ancora assai ete­ro­ge­nee: uno schie­ra­mento poten­zial­mente mag­gio­ri­ta­rio, in barba a quei son­daggi, che, come tutti i media di regime, ci rac­con­tano di una popo­la­zione pla­ne­ta­ria che non desi­dera altro che imme­de­si­marsi con quella sim­bo­lo­gia fasulla.

E’ uno schie­ra­mento che ha ancora biso­gno di molte arti­co­la­zioni e media­zioni, ma che ha dimo­strato, nono­stante la tor­sione che i gua­sta­tori del “blocco nero” hanno cer­cato di impri­mer­gli, di avere un pro­pria iden­tità e di poter mar­ciare sulle pro­prie gambe. Ora è la volta di ini­zia­tive capaci supe­rare pre­giu­di­ziali e false iden­tità, per por­tare in piena luce la soli­dità di una cul­tura poli­tica radi­cal­mente alter­na­tiva, come quella sin­te­tiz­zata dal mani­fe­sto “Terra Viva”, che dav­vero ci può riag­gre­gare tutti.

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